Di che cosa abbiamo paura?

La situazione di emergenza dovuta al virus è completamente nuova. La peculiarità di questa situazione è che si tratta una paura condivisa di fronte ad un avvenimento di cui nessuno aveva esperienza. Un’avvenimento che marca una discontinuità nel tempo, un prima e un dopo. Questo vale per tutti i cittadini.

Che cos’è la paura?

È l’affetto di angoscia di fronte a un rischio reale o immaginario. Abbiamo paura di morire. Nel testo “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte” (1915) Freud dichiara: “Per noi è assolutamente impossibile raffigurare la nostra morte e ogni volta che tentiamo di farlo, ci rendiamo conto di assistervi da spettatori. Nessuno crede alla propria morte, o, il che è lo stesso, ciascuno è inconsciamente convinto della propria immortalità.”

Quindi, di fronte alla minaccia della pandemia e alla conseguente crisi economica, il rischio reale è diventare una possibile vittima della malattia o della mancanza di mezzi per sopravvivere. La mancanza di rappresentazione mentale del virus (cos’è? È fuori o dentro di noi? eccetera) impone un lavoro psichico per farlo rientrare nelle coordinate della nostra realtà.

In un primo momento si possono presentare due reazioni tipiche:
1 – la negazione, che rappresenta una fuga dall’angoscia di fronte al pericolo.
2 – il panico, che amplifica la paura del pericolo e promuove il caos.

L’oscillazione tra l’una e l’altro non comporta un beneficio né per il singolo né per la comunità. Alessandro Manzoni dà testimonianza della prima reazione di negazione nel romanzo “I promessi sposi”, quando descrive la peste che colpì Milano nel 1630. Quando il ministro della sanità di quel tempo si accorse che era scoppiato il contagio inviò un commissario e un medico alle città vicine per avvertire la popolazione. Relata il Manzoni: “Tutt’e due, per ignoranza o per altro, si lasciarono persuadere da un vecchio e ignorante barbiere, che quella sorte di mali non era peste. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace”. Il grande scrittore italiano non solo descrive la negazione dei politici ma anche quella della popolazione: “Sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, che motivasse la peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo.” (A. Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXI, 1842)

La nozione di panico è apparsa dopo la Prima Guerra Mondiale ed è sempre vincolata a un evento inatteso, a un fatto accidentale che colpisce un individuo o un gruppo. Attualmente la diagnosi “attacco di panico” tende a sostituire quella di “crisi di angoscia”. Ma non sono la stessa cosa. Il panico disorganizza, disfa la regolazione di un funzionamento precedentemente ordinato: l’ordine economico, della massa, i punti di riferimenti individuali. Il termine viene dal dio greco Pan, che passava a turbare gli spiriti. Il panico sospende tutto ciò che costituisce il senso della realtà, con sue le coordinate di tempo, di luogo, di identità, persino la coscienza di se stessi. La coscienza anticipa quello che seguirà il momento presente. L’evento che produce il panico manda in aria questo sapere che costituiva la fonte di sicurezza ed ecco allora i suoi sinonimi: sconforto, terrore, spavento, orrore, di fronte all’imprevisto. Il panico risponde alla logica “Si salvi chi può” e rompe i legami sociali.

Non è la stessa cosa l’affetto di angoscia, che può apparire in diverse situazioni di pericolo. L’angoscia è il segnale di un oggetto pericoloso che tuttavia resta fuori dalla portata da ciò che possiamo raffigurare attraverso l’immaginazione e attraverso le parole, restando enigmatico, come un pericolo scuro.

Possiamo pensare l’effetto del virus come un gran sintomo fobico?

La psicoanalisi ha sempre studiato l’angoscia nella fobia, in quanto sintomo tipico quasi, inevitabile, della prima infanzia. A differenza del panico, nelle fobie il legame con gli altri è conservato. Esistono numerose forme di fobie (agorafobie, claustrofobie, fobie scolari, paura del buio) che hanno come comune denominatore le paure irragionevoli, timori immotivati di una situazione che non comporta un pericolo reale. Non bisogna sottovalutare, c’è una causa che non si conosce.
Durante questo periodo ciascuno di noi ha sperimentato un grande sforzo per rappresentare con immagini e con parole che cos’è questo virus e come ci si doveva porre di fronte a tale minaccia.
Se pensassimo il virus come uno scarafaggio o come una tigre?
Siamo stati sottoposti a innumerevoli informazioni, ci siamo fatti tante domande. Ogni singolo ha dovuto prendere in considerazione il proprio stato di salute e le proprie necessità per valutare il rischio reale e ha dovuto mettere in discussione le relazioni con i cari. Questo dipende da ciascuno di noi ed è possibile soltanto se si arriva a trattare l’angoscia iniziale con immagini e con parole che danno un senso a quello che accade.
Lacan da una definizione molto bella della fobia: la paura di una tigre di carta. (J. Lacan, Il seminario XVI Di un Altro all’altro, lezione 14 maggio 1969). Per rendere questo virus inoffensivo e per calibrare la paura che ha provocato, è stato necessario uno sforzo imaginativo per permetterci i di riorganizzare lo spazio reale e simbolico. La paura, seppur sgradevole, può essere un grande attivatore delle risorse individuali. I politici sanno bene che si può avere paura delle tigre di carta e di quelle vere. Sta a noi coglierne la differenza. Solo allora si può dare continuità e senso alla nostro vivere quotidiano.

Dott.ssa Cecilia Randich